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NOVELLE INEDITE
DI
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N. 13
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NOVELLE INEDITE
DI
GIOVANNI SERCAMBI
Quando, or sono quindici anni, unendo le venti,
che il Gamba estrasse dal codice ora Trivulziano,
alle dodici e all’ una dal Minutoli e poi dal Pieran-
toni spigolate per entro la Cronaca di . Giovanni
Sercambi, raccolsi insieme le sparse Novelle di que-
st'autore e le pubblicai a Bologna coi tipi del Ro-
magnoli 1), espressi il voto che non fosse lontano il
giorno, in che venisse a luce per intero un novelliere,
che nel suo secolo starebbe quarto col Decamerone,
il Sacchetti ed il Pecorone. La ritrosia del fortunato
possessore del codice ad una compiuta pubblicazione
del medesimo non è stata ancor vinta, fino almeno
a questo momento: ma non però mi ha mai abban-
donato la speranza, che avesse a scoprirsene qualche
altra copia, antica o moderna. Nè invero sembra po-
tersi mettere in dubbio che dell’opera esistano due ver-
sioni, e una copia almeno di ciascuna di esse : delle
1) Dispensa 119 della Scelta di Curiosita.
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la
_ 6 —
quali versioni, l'una, più corretta, e ricca di 156 nar-
ffizioni, sarebbe rappresentata dal manoscritto Tri-
vulziano, donde, oltre una trascrizione per intero, pur
conservata nella stessa biblioteca, sembra aver fatto
estratti più o meno copiosi il Gamba: l’altra, meno
corretta (forse il primo getto) e di sole 100, sarebbe
rappresentata da una copia del padre Baroni, della
quale unica or nota reliquia resta una Novella pos-
seduta dal cav. Giovanni Papanti. La Novella che
riproduciamo ai n. VI e XVI, secondo la lezione del
Gamba e quella del Baroni, conferma questo sup-
posto di una duplice versione.
Dal codice Trivulziano il Gamba stesso, od altri per
lui, oltre le venti Novelle da lui pubblicate nel 1826,
cavò fuori anche le altre undici che ora vedono la
luce, e che in margine portano alcune avvertenze di
mano del celebre bibliografo. Esse sono presentemente
possedute dal sig. Barone Cristoforo Scotti di Bergamo,
che le eredò dal proprio padre, cui pervennero dalla.
insigne raccolta di Attilio Carrara: forse facevano
parte della collezione Tomitano, dal Carrara stesso
acquistata. È lecito supporre che il Gamba, appas-
sionato com’ era per le Novelle, facesse o facesse
fare, oltre questi, altri estratti del prezioso miano-
scritto; e che perciò altri brani di esso possano per
fortunata combinazione rinvenirsi, e per cortesia paria
quella usataci dal sig. Scotti, esser mandati a stampa.
Anzi, già abbiamo un legittimo sospetto, e più che so-
7 —
spetto, che una messe assai più ricca abbia a venirci
da un codice di privata raccolta, trasportato ben lungi
dall’ Italia : e quando, come auguriamo, ci riesca di
condurre a buon porto le pratiche iniziate, saremo
solleciti di restituire alle patrie lettere, e più spe-
cialmente alla letteratura novellistica, siffatto antico
e pregevole monumento.
Ma nell’ incertezza in che siamo, se il nuovo ma-
noscritto rappresenti la versione prima o la seconda,
,e poichè ad ogni modo, in testo così poco sicuro, sa-
rebbe di grande utilità il raffronto di più lezioni, ci
diremmo ben lieti se fosse tolto il divieto finora Op-
posto alla comunicazione del codice milanese. Ra-
gione a bene sperare ci porge intanto il fatto, che il
nobile erede di tanti munifici promotori degli studj
ha pure consentito alla pubblicazione del Catalogo
dei Manoscritti, che formano così cospicua parte e sì
bell’ ornamento dell’ avito retaggio 1). Noi ferma-
mente vogliamo credere che per l'alto animo del
marchese G. Giacomo Trivulzio, ciò non debba essere
stato boriosa ostentazione d’ invidiati tesori, ma cor-
tese invito fatto agli studiosi di ricorrere a lui fidu-
ciosamente, e promessa di giovare con propria sod-
disfazione e sull'esempio degli antenati, ai lavori
degli eruditi e all’ accrescimento della cultura storica
e letteraria.
1) Porro, Catalogo dei cod. manoscr. della Trivulziana, Torino,
Bocca, 1885.
28
Intanto ecco undici Novelle fin’ora inedite, le quali,
se non altro, confermano l’idea che avevamo dei ca
rattere proprio all’ intero novelliere del Sercambi:
curiosa mescolanza di fatti storici e di vulgate nar-
razioni, messe insieme attingendo alla Bibbia, agli
scrittori latini e alla tradizione orale. Alle undici no-
velle inedite, altre ne aggiungemmo, come già nel-
l’ edizione del Romagnoli, qua e là pubblicate in
questi anni: cosicchè fra l’ una raccolta e l’altra si
abbia tutto quello che finora fu del Sercambi messo
a luce, nel genere della Novella. Le cose aggiunte
sono: due Novelle che Achille Neri trasse dalla Cro-
naca lucchese 1): due che il cavaliere Ghiron ebbe
facoltà di copiare dal codice Trivulziano 2) ed una
messa a luce dal Papanti, sulla copia fattane, come
dicemmo, dal p. Baroni. 3)
Abbiamo poi aggiunto in fondo alcune indicazioni
di fonti e di confronti, ricorrendo alla dottrina, in
tal materia specialissima e ben nota, dell’ amico D.'
Kohler, bibliotecario a Weimar.
Ed ora congedandoci dallo studioso lettore, rinno-
veremo l’ augurio di potere ancora, una terza volta
e definitivamente, usar l’opera nostra intorno all’in-
tero novelliere di Giovanni Sercambi.
ALEssanpro D’ AncoNA
1) Nel Propugnatore, vol. IV. part. II, p. 223.
2) Per Nozze Gori-Riva, Milano, Bernardoni, 1879.
3) Catalog. Novell. ital., Livorno, Vigo, 1871, vol. II, App. p-I-V.
I
DE TRISTITIA ET VILTATE
Nella città di Cortona, posta in su ’n un
gran poggio e circondata di vigne e giar-
dini di mandole, in nelle quali vigne si ri-
colgono buoni e preziosi vini bianchi e ver-
migli, nomati vini cortonesi, di che le
donne ne prendono molta consolazione, av-
venne, che una giovana grande e grossa di
suo corpo e assai bella, nomata Isabetta,
nata di persona non molto richa, essendo
il tempo della vendemmia, la ditta Isabetta
ogni di recava tre o quattro canestre di
uva dalla vigna, non tocando le suoi,.però
ch’erano alla scesa del monte; di che uno,
« A e n n e ri e i atte TT CT LA ga
nomato Tristano, vedendo Isabetta tornare
colle canestre dell’uva, dicendo: Costei torna
sl tosto; pensò non dovere dalla sua vigna
venire, ma dell’altrui quell’uva regorre. E
avendone Tristano in hel poggio, pensò voler
vedere d’ onde Isabetta tale uva arecava. E
uscito di Cortona, andatosene alla sua vigna,
vide venire Isabetta colla canestra in capo,
et entrare in una vigna a costa a quella di
Tristano, andando cercando dell’ uva più
bella. E poca in tal vigna ne colse, che saltò
in quella di Tristano, e quine trovandone
assal, disse Tristano tra sè medesimo: Se
costei empie lo canestro della mia uva, io
l’empierò la tana della mia terra. E stando
in tal maniera, Isabetta ebbe piena la canestra
d’uva; e quando volse partirsi, acconciandosi
lo sotto caporo per voler la canescra mettersi
in capo, Tristano, che tutto ha veduto, po-
stosi in cuore alcuno fatto, si mosse, e giunto
dove Isabetta era, percossela dicendo: Tu
mi vai rubando et empi la tua canestra di
uva, et io empirò la tua tana di terra. Et git-
tatola in terra, standole tra le cosce, dicea: Ei
vien voglia di fartelo. Isabetta sta cheta, et
nulla dice. Tristano dice: Or mi vien voglia
di fartelo; e pure non si movea Isabetta, che
sta senza alcuna resistenza fare. E Tri-
stano replica: Se non che io non voglio,
tu se’ pur giunta; io tel farei. Isabetta,
udendo ciò che ha ditto, alzando le gambe,
in nel petto a Tristano diè per sì fatto
modo, che più di X braccia giù del poggio
lo fè cadere. Isabetta, rivoltasi, la canestra
si mise in capo, et a Cortona ne glo ratta,
narrando a’ vicini la valentia che Tristano
avea fatto, e come con due calci lo avea
gittato giù per lo poggio, a mal suo grado.
Li vicini ciò sentendo, spregiano Tristano
in tutte le parti, dicendo: Isabetta, tu porti
lo onore sopra Tristano. Tristano che ciò
sente, più tempo sta che in Cortona non
torna.
II
DE SIMPLICITATE ET STULTITIA
Uno fiorentino nomato Valore, assai di
buona pasta, et uno pistojese nomato Traglio,
del modo di Valore savio, ') de’quali io dirò
di loro alcuna novelluzza. E prima dico, che
il ditto Valore andando per camino, li fu
(1) Il ms.: s’ avviò.
i —
—= 12 —
molto lodato l’acqua, e massimamente la
matina lavarsine il viso, e talora berne. Va-
lore, che incorpora quello che a lui è utile,
avendo da andare da Firenze a Milano,
prima acconciossi assai bene il corpo. Di
Firenze si partio, e per lo giorno giunse a
Lucca, et andò all’albergo. Dimandò l'oste,
se avea dell’acqua. L’oste rispuose: Du°pozzi
pieni. Valore disse: Or me la serba. L’oste
disse: E’sarà fatto. E venuta l’ora della cena,
ch’era di state, essendo in nell’albergo certi
pisani a cenare, disseno: Oste, fà ch’abbiamo
dell’acqua fresca. Valore che questo ode: Fa
buotado, non arete, chè io l’ho tolta per me.
Alcuno di quelli pisani udendolo dire fa
buotado, disse a' compagni: Costui de’esser
di quelli ciechi fiorentini. Valore, che ode
dire ciechi, rispuose: Io vi veggo bene: del-
l’acqua non arete, se crepaste. Il pisano oden-
dosi biasimare alza la mano, e dàlli una
gotata: To’, togli. Disse Valore: Or questo
che vuol dire? o usasi di fare così prima
che si ceni? Il pisano: Si, e dopo cena se
ne dà du’ tanti. Valore tacèo, e pensò dire
all’ostiere, che non desse dell’acqua ad altri
che a lui: e così li disse. L’ostiere disse
che tutto fare. Da parte lo misse solo, e
li altri posti in altro luogo, apparecchiando
, era ne A, vera di; ent TT SP PISA PO re SA pria
+
*
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a Valore cena solo con acqua. Cenato che
Valore ebbe, disse alto, presenti tutti li osti:
Che domattina tutto lo resto dell’acqua che
rimase, mi serba: chè io vo’ lavarmi la faccia
per parer più bello. L’oste disse: E° sarà
fatto. La mattina per tempo Valore fu levato,
domandando l’acqua: l'oste dell’acqua li
portò, e fregandosi le mani coll’acqua al viso,
l’oste disse, che bene era ne serbasse una
poca, se altra volta vi capitasse. Valore con-
tento, e pagato l’oste, a cavallo montò, e
caminò fino a Guiesa, di lungi di Lucca 6
miglia: là ci sono molte molina, e quine
ha bellissima acqua. Valore giunto a Guiesa
vide uno che si lavava il viso, e quando si
fregava la mano al viso, si facea tru tru colla
bocca. Valore disse: Oh io quando mi lavai
la faccia non feci tru tru, come ha fatto
costui! e disse: Io lassai all’oste dell’acqua.
Io vo’ tornare e laverémi la faccia, e farò
tru tru; e rivoltosi ritornò a Lucca, e tosto
riconta all’oste. L’oste disse: Tu hai ben
fatto. Per oggi ti starai qui, e dimattina
potrai lavarti la faccia, e farai come vedesti
fare. Valore così fè: e per questo modo
Valore fece il suo camino.
Torniamo ora a Traglio da Pistoja, il
quale essendo ito a uno suo luogo di lungi
— I4 —
da Pistoia, per far vendemmiare, ben s mi-
glia, divenne, che uno di avendo necessità
di venire a Pistoja, la u’era la famiglia sua
e la donna, e movendosi dal suo luogo e
venendosi verso Pistoja, e giunto presso a
uno miglio, vedendo che l’aere si turbava
facendosi mal tempo, e caminando tanto che
giunse al Ponte lungo presso a Pistoia a tre
balestrate, e cominciando a piovere, disse:
Oimè che l’acqua piove, e cominciami a
bagnare la gonella; non c’è da stare: io vo”
ritornare a luogo mio, e prenderò qualche
gabarro ') e veròne che non mi bagnerò la
gonella; e come pensò, fè: chè si rivolse
verso il suo luogo, ch’era di lungi 5 miglia:
e non fu caminato uno miglio, che gonella e
camicia con tutte le carni ebbe bagnato, e
così caminò a luogo, essendo sempre l’acqua
grossissima. E perchè era molto tardi quando
da luogo si mosse per andare a Pistoja, e
per lo ritornare, fu di necessità giungere molto
di notte. E picchiando l’uscio, lo salàno ?)
sentendolo disse: Chi è ? Traglio disse:
Aprimi. Lo salàno levatosi, che già era an-
(1) Gabarro dice replicatamente l’originale, ma si capisce che po-
trebbe essere mal riprodotta la voce gabano o gabbano, o fors’ an-
che tabarro.
(2) Salano è vocabolo lucchese per mezzatolo o mezzadro.
— 15.
dato a letto, disse: Che buone novelle? Disse
Traglio: Vedendo incominciare a piovere al
Ponte lungo, per non bagnarmi la gonella
sono tornato per lo gabarro mio: chè se
fossi andato una balestrata, ti saresti tutta
la gonella piena d’acqua, e così fu sempre.)
Traglio dice: Benchè sia notte, io ho fatto
pure lo miglio. Lo salàno lo misse pure in
casa, e quine la notte si riposò; e più volte
disse al salàno che ’1 partito di tornare l’avea
gittato buon frutto, e qui finio.
II
DE SENTENTIA. VERA
Du’ belle jovane, già assaggiato che cosa.
è l’uomo, facendo questione fra loro a chi
ne giovava più di quel fatto, o a l’uomo o
a la donna, mettendo tra loro una cena,
chi perdesse pagasse, l’una nomata Lucrezia
disse: Che a l’uomo ne giova più; l’ altra
nomata Elena: Che a la donna ne giovava
più che a l’uomo. Messo la cena, dispuo-
‘seno andare a madonna Bambacaja; e così
insieme n° andarono; e giunte a madonna
(1) Forse manca qualche cosa; e le parole da ché se fossi in poi,
sembra che appartengano al salino,
— 10 —
Bambacaja, le dimandò della ragione, e il
perchè erano venute. Le jovane dissero la
questione. Madonna Bambacaja disse a Lu-
crezia, che assegnasse perchè a l’homo più
che a la donna di quel fatto ne giovava.
Lucrezia disse: Perchè si vede l’uomo pa-
gare la donna a tal atto; e più, che a molti
pericoli si mette per avere sua intenzione
d’aver donna cui elli ami. Madonna Bamba-
caja rivoltasi a Elena disse: O tu che dici?
Elena disse: Io dico che alla donna più ne
giova, però che la donna, acciò che si possa
congiungere coll’uomo, si parte dal’ padre
e da la madre, e dà denari all'uomo; e per
questo dimostra, alla donna aver maggiore
diletto che I’ uomo. Madonna Bambacaia,
udite le ragioni di ciascuna, non spregian-
done neuna, ma rivoltasi a Lucrezia, disse:
Che allo speziale andasse per due once di
méèle. Lucrezia subito è andata allo ‘speziale,
et à recato il méèle. Madonna Bambacaja
disse a Lucrezia, che mettesse il dito nel
ditto mèle. Lucrezia così fece. E poi disse
che sel mettesse in bocca. Lucrezia così fece.
Madonna Bambacaja disse: Or mi di’, Lu-
crezia, è paruto meglio e più dolce questo
méle o al dito o alla bocca ? Lucrezia disse:
Alla bocca. Madonna Bambacaja disse: O.
re
FINE È "
Li
ET nia SENTOrTE, ne e
— 17 -
perchè? Lucrezia disse: Perchè il méle è
rimaso in bocca, e al dito non è rimaso
punto. Allora madonna Bambacaja disse:
Cussì diviene del membro dell’ uomo, che
mettendolo in nella pottana bocca, tutto il
mèle romane in nella bocca alla donna, e
all'uomo niente ne rimane; e pertanto alla
donna più ne giova che all'uomo. E per
“questo modo Elena vinse la cena.
IV
DE PULCHRA RISPONSIONE
Funno in Firenze alcune jovane et jovani,
che essendo in uno prato fiorito, come ora
siamo noi, e venendo a disputare tra loro
dell'amore delle donne, fu detto per quelle
jovane a’ jovani: Che se alcuno jovane do-
mandasse una jovane d’amore in un campo
di fave fiorite, che ’1 campo delle fave fio-
rite ha tale vertù che la jovane non dire’
di no. Li jovani, messo che non dovea es-
ser vero, e disposti di cometterla in ma-
donna Bambacaja, che qualuncha perdesse
pagasse uno carnelevale, cioè una merenda,
2
4 18 —
e mossi e andati a madonna Bambacaja, e
ditta la questione, madonna Bambacaja ri-
spuose: Sempre vi trovereste in campo di
fave fiorite; o sia a dire, se il campo delle
fave fiorite ha proprietà, che non disdire’
la jovana, quando fusse richiesta d’ amore.
E io vi dico che d'ogni lato e in ogni
parte dove lo jovano richiede la jovana di
quel fatto, che la jovana non disdire’; e però
disse: Sempre la troveresti in campo di
fave fiorite. |
Vo
DE VANA LUSSURIA
Fu nella città di Firenze in una contrada
di frati predicatori una donna vedova nata
da’ Buondelmonti, nomata madonna Me-
rendina, assai jovana e bella e molto vana.
Visitando spesse volte l’ordine e la chiesa
de’ ditti frati, divenne che dopo il molto
visitare la ditta chiesa, uno frate fiorentino,
nomato frate Bellasta, avendo veduto più
volte la ditta madonna Merendina, e pia-
cendoli, ordinò certo modo di potere con
— IQ9-
lei aver suo contentamento. E per ciò fare,
troppo lungo dire’: il ditto frate ebbe con-
tentamento di lei. Ora venne che uno jo-,
vane nomato Lamberto de’ Monaldi, il qua-
le con uno mercadante di panni stava, an-
dando in Mercato vecchio per certi dinari
a una taula, per quelli dare ad alcuna
maestra, e passando da certo luogo do-
v'erano certi che giocavano, il preditto Lam-
berto fermandosi, e già cognoscendo più
tempo il giuoco, vedendo fare le poste, di-
cea fra sè stesso: Primo, mio. Teneasi a
mente le volte, e per ventura sempre venia
il suo, e così fè molte volte; di che lui
disse: Per certo se io avessi ora giocato, io
avrei vinto molti fiorini. E pensò volersi
provare; e presi i dinari dal banco che
portare dovea a bottega, e venuto al giuoco,
senza pagarsene di neuna volta, quelli di-
nari perdèo. Lamberto, che àe perduti li
dinari del suo maestro, per voler quelli
riscuotere andò a uno usurai, e i panni
del dosso, salvo la camicia e le mutande,
impegnò. E coi dinari tornò al giuoco, là
u’quine perdeo; et essendo stato veduto da
alcuni e minacciatolo di dirlo a Janotto
Monaldi suo padre ed al suo maestro, per
vergogna si partio, e andonne alla chiesa
de’ frati predicatori, e quine si nascose
montando dove stanno li organi, e quine
dimorò senza mangiare o bere, tanto che
fu notte scura, e chiusa la porta della
chiesa. Lamberto stava pensoso del fallo
commesso, et eziandio che mangiato non
avea. Il padre, che ha sentito come Lam-
berto suo figliuolo era stato veduto nudo
, al giuoco, e non vedendolo la sera a casa
tornare, pensò fosse vero; e già gran ma-
‘linconia avea, ma non potea più. Dimo-
rando Lamberto in sul pervio ') più di du’ore
di notte, sentio picchiare la porta della
chiesa. Frate Bellasta uscio dal chiostro
per una porterella ch’era sotto il pervio, e
intrò in chiesa con uno doppione acceso,
tutto solo, e andonne alla porta, e apertola,
entrò dentro madonna Merendina con uno
mantello nero, e sotto una gran coverta: e
chiusa la porta, fra Bellasta e madonna Me-
rendina se ne vanno presso alla portuncula
che va in chiostro; et quando funno sotto
il pervio, disse il frate: Or che è cotesto, ma-
donna Merendina? La donna rispose: È uno
buono cappone, e tre pani bianchi, e uno
(1) Puvio ha il manoscritto: ma deve dire, alla lucchese, pervio
‘© perbio , nel senso di fergolo o pulpito.
fiasco del mio moscatello, chè vo’ che noi
ceniamo, acciò che meglio possiamo met-
tere il soldano in Babilonia. Avevano co-
storo tra loro ordinato, quando voleano
fare quel fatto, di dire: Metti il soldano in
Babilonia. E però il frate allora volendo
saziare il suo appetito, disse voler mettere
il soldano in Babilonia. E la donna dice
Deh non fate: andiamo in cella, e quine
ceneremo, e poi potrete mettere il soldano
in Babilonia quanto vorrete. Lo frate, che
avea desiderio, perchè più giorni erano stati
che ritrovati non s'erano insieme, disse:
Per certo, Merendina, noi metteremo qui il
soldano in Babilonia; e spogliatosi lo frate
la cappa, e messola distesa in terra, e preso
il mantello bruno della donna, e simile di-
stesolo in terra, la donna, che volontà mag-
giore che ’l1 frate n° avea, se accontentò, e
posto il cappone, pane e vino da parte,
gittatasi riverta in su que’ panni, disse: Ora
metti il soldano in Babilonia. Lamberto,
che tutto ha inteso, e veduto il cappone e
l'altre cose, disse fra sè medesimo: Come
lasserò io entrare sì fatto signore, come il
soldano in Babilonia, che almeno non vi,
sia alcuno stromento? e pensò sonar li
organi. Lo fraté vedendo la donna riverta
ci 29 —
e la Babilonia aperta, e gittatosi in sul
corpo di madonna Merendina, là entrò. (Lam-
berto) preso i mantici dell’organo coll’ una
mano, e coll’ altra sonando, lo frate subito
di paura per lo chiostro si fuggie. La
donna stupefatta della porta della chiesa
uscio, e perch’era presso a casa se n° andò
in casa sua con grande tremore, lassando lo
“mantello, cappone, pane e vino; e il frate la
cappa e lo candello acceso. Lamberto, veden-
do la chiesa vuota, scese dal pervio. L’uscio
che andava in chiostro chiuse, e poi la
porta fermò; e preso il pane e quel cap-
pone, diessi a mangiare, chè apetito ne
avea; e di quel vino, che n’are’ bevuto li
Angori, si riscaldò; e non molto stèo che quel
cappone e pane mangiò, e quel vino tutto
bevè ; poi la tovagliola, in che avea arre-
cato involto il cappone e pane e il fiasco,
in sul pervio dell’ organi messe. È preso
quel mantello e quella cappa, la mattina
a l usurieri la ’mpegnò per tanti dinari,
quanti erano quelli che dal banco avea
avuti, e per quelli che i panni erano pegni;
e più, fiorini du’ per un paro di calze e
capuccio, che si volea comprare: tantochè
funno in somma di fiorini vinti; et è tor-
nato a bottega. Lo frate, stato più ore tutto
— 27 —
ismorto in cella, tornò in chiesa per la
cappa sua, e quella non trovò, e trovò la
porta della chiesa aperta. Stimò fra sè la
donna averla portata a casa; rimase con-
tento sperando di riaverla. La donna, che
senza il mantello era tornata a casa, stimò
frate Bellasta l’avre’ tolta colla sua cappa;
e pensò la mattina andare per essa. Venuto
la mattina lo frate in su l’uscio della chiesa,
la donna giunta disse: Aveste voi avuto il
mio mantello, che iersera n’andai senza? Lo
frate disse: O voi la mia cappa, che non
l’ho trovata dove io la distesi, e voi v' e-
ravate suso ? La donna disse: No. Lo frate
disse alla donna, esser bene che qualche
vostro parente andasse al podestà ad accu-
sare chi furato ha il vostro mantello, e
che li piaccia rinvenirlo; dicendo, che uno
ladro v'è intrato in casa, e dalla pertica
confuso 1); e io andrò a l’usoriere e a’ ri-
gattieri a sapere se si trovano venduti o
impegnati. La donna disse: E io così farò;
e ditolo a uno suo cugino, subito s’ andò
al podestà, e tutto disse. Lo podestà di
(1) Qui il senso non corre, e dovrebbe voler dire: e ha tolto ciò
ch’era sulla pertica: si potrebbe sciogliere e dalla, in ed d Ja, ma
rimane sempre quel confuso, che anche sciolto in con suso, non dà
‘senso.
— 24 — i
subito li diè la famiglia, e alli usurai se
n’andarono, là u’quine trovonno frate Bel-
lasta, il quale dicea agl’usurai, se per alcun
era stato arrecato una cappa nuova, che
stanotte gli fu furata. Lo cavalieri disse:
E anco noi siamo venuti, che a una buona
donna è stato furato uno mantello nero,
nuovo, da donna. L’usurai disse: Stamane
per tempo mi fu recato uno mantello e
una cappa, dicendo, che altri li avea dati per
bisogno di dinari: et holli prestato fiorini
vinti. Lo frate, che vede la cappa, disse:
Questa è mia. Lo fratello della donna disse:
Questo è il mantello di mia sorella. Lo ca-
valieri disse: Chi fu quello che queste cose
l'ha arrecate ? Disse l’usurari: Fu Lamberto
figliuolo di Jannotto Monaldi. Subito lo fra-
tello della donna disse: Jeri fu veduto nudo
in camicia, e in Mercato vecchio aver gio-
cato molto; per certo lui de’ esser desso.
Disse il cavalieri: U’dimora? Fulli detto: Col
tale mercadante. Lo cavalieri, senza tor-
nare a palagio, andò a bottega, là u’ Lam-
berto tornava. E quine trovato, fu menato
al podestà, dicendoli lui esser ladro. Jan-
notto Monaldi sente che Lamberto per la-
dro è stato menato al podestà: subito con
suoi consorti se ne vanno al podestà, per
— 2) —
sapere di Lamberto la convenienza, dubi-
tando Janotto, e sperando fosse vero che
la sera dinanti li era stato ditto, come nudo
fu veduto in Mercato vecchio. E giunti al
podestà, e richiestolo, dimandando del jo-
vano, lo podestà disse: Egli è ladro, e
hammi confessato che quello mantello e
quella cappa impegnò per fiorini vinti, e
che i denari ha convertiti in suo uso,
salvo che fiorini du’, de’ quali spera com-
prarsi uno paro di calze et uno capuccio.
E questo è verissimo, che l’usurari lo con-
fessa, che lui fu quello liel portò. Lo pa-
dre di Lamberto e li altri parenti pian-
gendo disseno al podestà: Che li piacesse
di lassare loro parlare al figliolo; al quale
lo podestà disse: Volentieri. E fe’ venire
lo jovano : e vedendo Larnberto il padre e
li altri parenti piangere, disse: O Padre, e
voi parenti, perchè piangete? Lo padre e
gli altri disseno: Perchè tu hai fatto cosa
. che mai non dobbiamo esser contenti; e
duolci assai che per ladro tu convegni mo-
rire, chè mai niuno di nostra casa non fu
ladro; e tu ora se’ diventato; e questo è
il dolore che noi portiamo. Lamberto disse
al padre e a’ suoi parenti: Per Dio, non
piangete, chè se ’l podestà mi vorrà fare ra-
vl
suna Db n
gione, vi farò contenti. Lo podestà dice: Se
altro non ho, io ti farò appiccare. Lamberto
dice: Se ragione mi farete, voi non farete
così. Lo podestà disse: Come puoi tu ne-
gare ch’ el mantello e la cappa non abbi
impegnato, e in tuo uso e utilità li dinari
convertiti? Lamberto disse: O podestà, io
vi prego piacciavi cavare il mio padre di
questi pensieri, e li altri miei parenti. Lo
podestà disse: Tosto i’ ne li caverò che è
fatto di te justizia: ma non dimenticheranno
questo dolore. Lamberto disse: Mandate
per la donna e per li suoi parenti, e man-
date per frate Bellasta; e quando saranno
alla vostra presenzia, io dirò la mia ragione,
e loro diràno la loro; e se io non ho ra-
gione, fatemi quel vorrete; e prego il mio
padre e li altri parenti che a voi non deb-
bano imputare che torto m’abbiate fatto. Lo
podestà udendo parlare tanto fermo, senza
paura disse: Io ti servirò, chè manderò per
quelli che hai ditto. E mandato per loro,
e venuti, e simile venuto l’usurieri coi
panni, lo podestà disse: . Che vuoi dire, ri-
baldetto? Lamberto disse: Quali sono quelli
che a voi di me hanno ditto, che io sia
ladro, ed a loro io abbia rubato? Lo po-
destà, rivoltosi a madonna Merendina, disse:
— 27 —
A questa buona e onesta donna questo
mantello involasti; e poi rivoltosi a messer
lo frate Bellasta, disse: E a questo frate hai
involato la cappa. Lamberto, udito il po-
destà, disse: O messer podestà, quello che
voi dite già nol direnno elleno; ma lassate
dire a loro quello che io de fatto, e non
vogliate voi esser loro judice, poichè judice
devete esser, s' io ho furato, di farmi ap-
piccare. Lo podestà e’ suoi judici disseno:
Tu hai ragione. E voltosi alla donna: Dite
quello che questo ladroncello v’ha fatto.
La donna disse, come uno mantello dalla
pertica li fu furato, e trovato in pegno,
come sapete. E poi al frate rivoltosi: E
tu, frate, che dici? Lo frate disse: A me
non è lecito accusare altrui: ma tanto dico,
che avendo la mia cappa, non curo d’altro.
Lo podestà avendo udito la donna e?l frate,
disse a Lamberto: Or che vuoi dire? Lam-
berto dice: Ora intendete me, ma tutto vi
prego che, fine che io non ho tutta la mia
ragione ditta, alcuni che qui siano non si
possino partire. Lo podestà fe’ chiudere le
porte: Omai ti difendi. Lo padre e’ parenti
di Lamberto con dolore stanno pensosi, di-
cendo tra loro: Che vorrà dire? Lamberto
avendo udito quello che la donna e ’l frate
Ia alati
—-- ———eceeggauity- «=. - &
coni De
aveano ditto, rispuose: Messer podestà, io
risponderò che io son degno d’ogni male,
ma non per questo. E acciocchè io sia da
voi libero, vi dirò tutto. Avendo io jeri gio-
cato alcuna cosa, per paura del mio padre
in camicia mi ricolsi e appiattai nel pervio
dell’organi de’frati predicatori (e narrò come
di sopra ho contato), e pertanto vi dico se
in si fatte feste, come mettere il Soldano in
Babilonia, uno buffone e sonatore merita
aver du’robbe, come costoro per loro pia-
cere mi dononno, e che sia che io lor
ceda quello che donato m'hanno, vi dico,
che se a me faranno tanto servigio, che sia
quanto io a loro feci, io donerò loro du’tanti.
Frate Bellasta ha domandato al podestà li-
cenzia per partire, per andare a dire vespro.
La donna svergognata disse: Messer podestà,
io mi penso lo mantello non esser mio. Lo
podestà vedendo e udendo dire questa ma-
teria al jovano, disse: E tu hai ben meri-
tato questo e maggiore dono. E licenziato
frate Bellasta e madonna Merendina con
loro vituperio, li mandò a casa; e Lamberto
liberò, e a l’usurai comandò che i panni
rendesse a Lamberto per fiorini vinti, li
quali dopo alquanti di per lo padre funno
riscossi, che non valeano du’ tanti; e ma-
— 29—
donna Merendina fu svergognata, e simile
frate Bellasta; e Lamberto intese a ben fare
lassando le cose che fatte avea.
VI
DE NOVO INGANNO
Nella città di Pisa, al tempo che mess.
Castruccio Interminelli di Lucca quella te-
nea, e come signore era ubbidito, era uno
jovano nomato Ghirardo di Sancassiano, il
quale essendosi innamorato d’ una jovana,
nomata madonna Felice, moglie di Joanni
Segarso; e abbenchè ’l ditto Ghirardo fusse
della ditta innamorato, madonna Felice di
queste cose non si era mai accorta, e ben
che alcuna volta l'avesse veduto passare
per la sua contrada. E stando Ghirardo in
tal maniera, pensando in che modo con
madonna Felice esser potesse, e non vedendo
il modo che a lei dir potesse il suo secreto,
malinconoso più tempo stette. Ora avvenne,
che uno vicino di madonna Felice dovea
menare moglie, alle cui nozze la ditta Fe-
lice fu invitata. Ghirardo, che sempre
be
— 730 —
colli orecchi stava attento, sente che ma-
donna Felice alle nozze del parente essere
invitata, e con onesto modo si oflerse allo
sposo, che di servidori avea bisogno. Vo-
lentieri Ghirardo accettò, dicendo li servi-
dori li trovasse. Ghirardo che avea avuto
quello volea, disse: Io ne troverò alcuno
orrevile che vi piacerà. E parlato con uno
suo compagno jovano, di quelli Agliata, il
quale gran tempo era stato fuora di Pisa
e cognosceva, pensò la sua imbasciata fare
per mezzo di quell’ Agliata, e disseli: Io
amo una, e fine a qui non ho potuto mai
a lei parlare, e ora sentendo io che a que-
‘ste nozze è invitata, e noi siamo servidori,
ti prego che mi vogli servire. Lo jovano
Agliata: Di’ e comanda, et io farò quello
vorrai. Ghirardo disse: Noi anderemo per
la donna, et io dirò che tu sei mutoro e
sordo, e sta cheto, dimostrando essere come
dico. Lo jovano Agliata disse, che ’n tutto
lo servirà. Venuto il giorno delle nozze,
Ghirardo col compagno per tempo sono
a casa dello sposo, per andare per le don-
ne che alla festa esser doveano. Lo sposo
mostrò la scritta. Ghirardo disse: Elli è
bene che madonna Felice vostra parente
sia quie per ricever l’altre donne. Lo sposo
— 31 —
disse: Tu di il vero: andate per lei. Ghi-
rardo, che altro non bramava, col jovano
Agliata se n'andò a casa di madonna Fe-
lice, et picchiò all’uscio. La donna acconcia,
in via scese, e Ghirardo col compagno
messala in-mezzo, l’acompagnoro; et perchè
era molto lungi dallo sposo, Ghirardo stimò
la sua imbasciata fornire; e voltosi a Felice
disse: O madonna, ho pregato questo jo-
vano, che insieme è con meco venuto in
compagnia. È mutoro, e non parla nè ode.
La donna, che mai veduto non l’avea, nè il
jovano lei, rivoltatasi in verso quel jovano,
il jovano Agliata dimostrando sè non udire
‘nè parlare, la donna diè fede che non do-
vesse udire. E come alquanto funno andati,
Ghirardo disse: Madonna Felice, ora che
qui non è altri che noi, non posso tenere
il grande amore che verso di voi porto et
ho portato, che quando io vi veggo mi
‘ par di vedere uno angelo di paradiso. E
perchè qui non è altri che noi due, vi dico,
che per voi moro, fine a tanto che di voi
non ho quello dolce amore: chè buono amore
disidero. La jovana, che ode quello che
alcuna volta le donne desiderano di. udire,
per onestà disse: Come vuoi che al mio
marito faccia vergogna? Ghirardo dice:
— 32 —
Questo altri non saprà: e se voi no lo pa-
lesate, per me non sarà palesato. E fu così
la fidanza che Felice prese che nessuno lo
debba sapere, che consente che a lei Ghi-
rardo andasse di notte la domenica rive-
gnente. E così è rimasto d'accordo, spet-
tando quelli dui di che venire doveano. E
di molte altre cose d’allegrezza ragiononno,
fine che a casa dello sposo giunti furono.
Raunate le brigate, e desinato come d’usanza,
dopo desinare, ballare e cantare, divenne
che madonna Felice stando a vedere, a lato
a una sua vicina, e vedendo ballare il jo-
vano Agliata, disse Felice alla compagna:
Deh, che peccato è quello, che quel jovano
che balla, non ode nè non parla di niente.
La donna disse a Felice: Or non cognossi
tu quel jovano? Ella disse: Si, ma si è
mutoro e non ode. La compagna disse:
Lassa dire, ch’elli parla et ode, et è delli
Agliata; bene è vero che molto tempo è
stato fuori di Pisa. E per far certa Felice,
chiamò il jovano. Lo jovano rivoltosi, e
venuto a loro disse: Madonne, che volete
da me? La compagna di Felice disse,
quanto era che tornò, e dove era stato ?
Lo jovano disse: Non molti giorni ch'è a
Pisa retornato, e ch’era stato in Damasco
334
tra’ Saracini; e partissi, et incominciò a
ballare. Felice, avendo udito parlare lo
compagno di Ghirardo, pensò parlare con
Ghirardo, e partissi dalla compagnia, et a
Ghirardo s’ accostò dicendogli: Ghirardo,
tu-m’hai ingannata, chè colui che teco era
ode e parla come noi, e tu sai quello che
abbiamo ordinato, che sabbato notte dove-
vamo essere insieme: ora veggendo che
colui sa i nostri fatti, tal cosa non può
seguire per lo inganno che m’hai fatto.
Ghirardo disse: Madonna Felice, egli è
vero ch’ el jovano ode, ma non così che
vi sia vergogna; ma perchè voi non vi sa-
reste assicurata a parlarmi, mi convenne
tenere questo modo; e se non vorrete at-
tenere l'’ampromessa, lui crederà pur che
fatto l’abbiate: et io, vedendo che non
m’ arete attenuto il fatto, appaleserò che
con voi abbia avuto mio contentamento, e
darò per testimonio il jovano Agliata, e
per questo modo sarete vituperata; ma se
acconsentite d’osservare la promessa, io non
ne farò motto; e ’l jovano Agliata, che non
vi cognosce, et io nel pregarò, perochè
ogni cosa fare’ per me, non dirà niente. La
donna, udendo le ragioni di Ghirardo, e
ancora perchè è femina, che volentieri de-
Sa
2
= a
sidera saziare il suo appetito, raffermbe a
Ghirardo che la notte ordinata vegna; e
così partiti, la notte venuta, Ghirardo con
Felice si dié buon tempo. E poi più volte
a tal mestiere si trovonno; e per questo
modo Felice fu ingannata, posto che tale
inganno li tornasse in dolcezza.
VII
DE PURITADE
Nella città di Roma anticamente fu un
| gentile uomo romano, nomato Ladislao,
uomo di somma prudenzia, il qual aveva
preso una gentil donna di Roma nomata >
Beatrice, bellissima del suo corpo e tanto
onesta, che di onestà avanzava molte ro-
mane.. Avea questo Ladislao per nazione
alquanto mal fiato, et altro diftetto a Ladi-
slao non si potea puoner, imperocchè in
tutte le altre cose era di virtù: ripieno. E
dimorato con Beatrice moltissimi anni, con
tanto piacere che per Roma era ditto, che
una coppia non si sare’ trovato con tanta
pace e consolazione tra loro, che mai,
non che di fatti fusseno mai corrucciati,
ma di parole mai non si disseno disoneste;
e stato, com’ è ditto, molto tempo, un
giorno Ladislao, essendo nel consiglio del
Senato di Roma, li fu per alcuno sboccato,
che altro che male non sapea dire (come
oggi in nella nostra città di Lucca, se ne
trovere’ molti, che piuttosto sono atti a dir
mal che bene), li disse: O. Ladislao, e’ ti
pute la bocca. Ladislao, udendo quello che
mai ditto non li fu, vergognoso partissi dal
consiglio, e intrò in casa, dicendo: O Bea-
trice, io mi posso dolere di te. Ella dice :
O messere, perchè? Ladislao disse: Perchè
a me è stato ditto in consiglio, che la
bocca mi pute, e tu non me l'hai mai ditto
di ro anni che meco se’ stata; chè se me
l’avessi ditto, io arei in bocca tenuta qual-
che cosa odorifera, e questa vergogna che
or ho ricevuta non l’avrei ricevuta. Bea-
trice disse: Marito e signore mio, ell’ è
ben vero, alquanto la bocca vi pute; ma io
pensando che a voi omini piacesse come a
noi, per questo non ve l'ho ditto, e però
non l’abbiate per male. Ladislao vedendo
la donna che sì bella ragione disse, disse
fra sè: Ora veggo che costei mai ad uomo
s’'accostò, tanto ch’ ella potesse il fiato del-
l’uomo sentire.
VITI
DE PLACIBILI LOQUELLA
Fu messere Piero Rabatta castellano e
corsale, uomo crudelissimo e grande ruba-
tore e micidiale in mare. Avendo suo na-
villo bene acconcio e armato di ciò che
bisognava, fornito di naviganti, come lui
crudeli e asprissimi, si misse in mare con
intenzione di rubare e uccidere qualunca
trovassero, fusseno di che condizione si vo-
lesse. E tal m@ssa fu all’ entrata di Maggio;
e navigando per lo mar di Lione, moltis-
simi navigli rubbò, e le persone uccise, non
guardando nè che nè come, tra’ quali funno
molti di Genova e della Riviera. Li geno-
vesi ciò sentendo, hanno spedite alquante
galee per poter il ditto messer Piero da
Rabatta prendere, per vendicarsi di quelli
genovesi che lui presi avea, e messi in
mare. Messer Piero da Rabatta, ciò sen-
tendo, partissi dal mare di Lione, e andò
in nel mare Adriatico, e quine molti vene-
ziani rubbò, e uccise altri in gran quantità.
ai
La comunità di Vinegia sentendo che mes-
ser Piero da Rabatta castellano, avea presi
e morti molti veneziani, subito armaro
galee e navi, e entrarono in mare per tro-
varlo. Messer Piero, sentendo l’armata de’ve-
neziani, e’ pensò uscire loro dinnanti, e
fatto vela per venire in nel mare di Spa-
gna, e quirie stando a fare l’arte sua, di-
venne che una nave di romei passavano
per andare a Santo Iacopo, sopra della qual
n’avea di molte lingue; e passando presso
al legno di messer Piero da Rabatta senza
guardarsi, subito la ditta nave per lo ditto
messer Piero e compagni presa fu; e spe-
“rando esser molto ricchi, e veduto che in
quella altro che pellegrini non erano, 'per
poca robba deliberò, per dispetto più che
per utile che avere ne potesse, dopo alcuni
di farli morire; e così quelli tenne du’ di,
dando loro poco di mangiare, intanto che
quasi morti pareano. Messer Piero vedendo
che di loro altro che spesa e danno aver
ne potea, comandò che tutti fussero nudi
messi in mare colle mani legate, acciocchè
non potessero scampare: e quelli pochi di
panni o dinari, sc neuno n’avessero, rima-
gnano. Comandato ch’ebbe, subito tutti nudi
colle mani assettate funno legati, c comin-
ciati a gittare in mare. E avendoli tutti git-
tati, salvo uno francioso, il quale come si
vidde prendere per gittarlo in mare, parlò
alto dicendo: O Sire, cieste este trou gran
boire a si pitit mangire. Messer Piero, udendo
il bel motto, subito comandò che lui fusse
rilassato, e datoli tutte suoi robbe e dinari,
e domandato dove andare volea, rispuose: A
San Iacob; e messo uno palischerno in mare,
quel francioso misse a terra presso a Ca-
stiglia; e per questo modo campò il fran-
cioso per una dolce parola e bel motto.
IX
DE BONA RESPONTIONE
Già non erano mutate molte indizioni
che in Vignone fu un grandissimo giudici
et di gran fama, il cui nome fu messer Fedei
Simbaldi, il quale essendo vecchio di presso a
settantanni, tanto fu la nobiltà del suo cuore,
che vedendo un giorno a una festa una
jovana, nomata madonna Gentile de’ Gua-
sconi, e sommamente piaciutali, non altra-
mente che un giovanetto la notte posare
non potèo; e non li parca esser allegro se
ogni dì almeno du’ volte non la veda, e pa-
ld il
ag
reali esser uomo senza ventura; per la qual
cosa ella e altre donne del suo vicinato assai
leggeramente s’ accorseno del suo passare.
E più volte insieme motteggiarono di vedere
un così antico uomo d’anni innamorato, non
credendo che a tali uomini quella passione
‘aver potesse, come alli omini sciocchi e
jovani. ') E spregiando il passare di messer
Fedei, addivenne un giorno che, essendo que-
sta donna con molte altre a sedere dinanti
alla sua porta, e vedendo dalla lunga messer
Fedei venire verso di loro, propuoscno tutte
di riceverlo e di farli onore; appresso di
motteggiarlo di questo suo innamoramento;
e quando fu presso a loro, levatesi da se-
dere, e invitatolo, in una fresca corte lo me-
narono, dove finissimi vini e confetti feceno
arrecare. E alla fine con assai belle parole
dicendoli, come potea essere che lui di si
bella donna innamorato fusse, sentendo lei
esser da molti belli e leggiadri giovani va-
gheggiata; messer Fedei, sentendosi assai
piacevolmente pungere, fece lieto viso, e a
loro in questa forma rispuose: Madonne, se
io amo madonna Gentile non vi de’ parere
meraviglia, perocchè a ogni savio uomo sta
(1) Il testo: come a lui e alli omini ecc.
— 40 —
l’amare, e maximamente amando lei, peroc-
chè lo vale. E posto che alli antichi omini sia
naturalmente tolto la possa che alli amorosi
esercizi richiede, non però si tolle la buona
volontà nello intendere che cosa amare si
de’, ma tanto più della natura ch’ogno frutto
hae,') quanto siano homini di tempo di più
cognoscimento che jovani. E la speranza che
mi ha mosso ad amare madonna Gentile,
amata da molti jovani, è questa: ch'io sono
stato più volte dove io ho veduto donne
merendare lupini e porri: e perchè in nel
porro nulla cosa buona vi sia, nondimeno
il metterò, più piacevole c’è il capo che le
frondi: e generalmente le donne tirate da
torto appetito, il capo del porro tegnano in
mano e mangiano le frondi, che non sanno
da nulla e sono di malvagio sapore. E se voi,
madonna, in nella elezione de’vostri amanti
fareste il simigliante, e’ sere’ :) io colui che
la vostra persona mi goderei e me elegge-
reste, e li altri sarenno da voi cacciati via.
Madonna Gentile coll’altre donne insieme al-
quanto vergognandosi, disse: Messere,;) assai
(1) Così il testo, evidentemente errato.
(2) L’ originale ha essere. Del resto in margine a questa novella
è scritto: mal copiata.
(3) L’ originale: d’esser messe.
— ql —
bene e cortesemente n’avete dimostrato il
modo da castigarci della nostra presunzione.
E tuttavia lo vostro amore m’è da caro,
come da savio e valente huomo esser de’.
E salva la mia onestà, come in quelle cose
si richiede, come vostra cosa ogni vostro
piacere m’imponete sicuramente. Messer Fe-
dei levatosi, ringraziò la donna, e da lei con
gran festa ridendo co’ suoi compagni si
parti: e quella che credettimi motteggiarmi
dal savio, fue vinta da’ matti.
X
DE PULCRA RESPONTIONE
Sì come molti di voi, omini e donne, po-
tete aver udito dire, che quando l’omo ha
per fare alcuno camino, come ora noi fac-
ciamo, che col bello novellare il camino si
passa, e pertanto dico, che in nel contado
nostro di Lucca, nel tempo della vendemia,
una gentildonna e savia, chiamata madonna
Colomba de’ Busdrachi, jovana e bella di
suo corpo, essendo andata per diporto con
altre donne di Lucca, e con alquanti jovani
— 42
in una villa nomata Massa pisana, e avendo
un. giorno fatto un bellissimo desinare di
donne e di omini, e volendo per diporto
andare a spasso .fine a Vorno, dove al-
quanta via v'era, si mosse con tutta la com-
pagnia, in nella quale in fra li altri che
quine in compagnia era, si fu uno jovano
di tempo e di senno, nomato Matteo Boc-
cha-di-vacca, il quale, come mossi si funno
tutti a piè per caminare, voltatosi verso ma-
donna Colomba, disse: O madonna Colomba,
in quanto voi vogliate, io vi porterò a ca-
vallo gran parte della via che a fare abbiamo,
con una delle più belle novelle del mondo. A
cui la donna rispuose: Io ve ne prego molto,
e altro da voi non desiderava se non tal
cosa doveste. Matteo, a cui forse non li
stava meglio la spada in mano ch’el no-
vellare in nella lingua, ciò udito cominciò
una novella, la quale in nel vero da sè era
bellissima, ma egli tre o quattro volte ri-
pigliava le parole che ditte da prima avea,
e una medesima parola sei volte ridicea, ora
in indreto tornando, e ora avansando in-
nanti, lassando in nel mezzo quello che dire
dovea senza niente dire, dimenticando li nomi,
e talora uno per un altro ponendone, fiera-
mente la guastava; senza che spessissima-
mente la qualità et li atti che accadeano a
tale novella lassava: di che madonna Co-
lomba udendo, spesse volte, come savia, venia
in sudore e infianamento di cuore, come
se inferma fusse stata; per terminare la qual
cosa, poichè più non poteo soffrire, madonna
Colomba cognoscendo che Matteo era intrato
in nel montenaro, e non era per uscirne,
piacendole niente, disse: Questo vostro ca-
vallo ha troppo duro il trotto, perchè vi
prego che vi piaccia di ‘-ponermi a piedi.
Matteo, che per aventura. era migliore in-
tenditore che novellatore, intese il motto, e
la novella che cominciata avea e mal se-
guita, lassò stare, e con vergogna la sua no-
vella non finio.
XI
Essendo Dogio in Vinegia messer Maffeo
Orso, e savio quanto Dogio gran tempo in
Vinegia fusse, venne del mese di dicembre
a Vinegia uno gentile omo, cavalieri di
Boemia, nomato messer Bosco di Viliartis,
maliscalco dello imperadore; et essendo del
corpo bellissimo, e grande vagheggiatore,
sed i
divenne, che avendo moltissime donne ve-
neziane vedute, e una tra le altre piacen-
doli, nomata Perinetta, jovana e bella, nipote
del ditto Messer Maffeo, non sapendo il ditto
messer Bosco chi ella fusse, con alcune
imbasciate a lei fatte fare per alcuna mae-
stra, in conclusione ella non volendo di
prima faccia consentire, dicendo: Come lo
mio marito Taddeo è avarissimo e stretto
del denajo, così penso che de’ esser di me, e
pertanto non so che dire; la donna mezzana,
come pratica, se n’andò a Taddeo dicendoli:
Io so che desideri robba. Taddeo disse: Disi-
dero. La messetta disse: Or se io facesse
che a casa ti fusseno arrecati cinquecento
ducati, come ne saresti contento? Taddeo
disse, ove vi fusseno, che stare’ per con-
tento. La messetta disse: Lassa fare a me.
Taddeo che tutto àe inteso, pensò: Troppo
ben altri tali denari a’ dare per avere Peri-
netta. Lui pensando Perinetta essere stata già
a tale atto con altri, disse: Or fia tosto.
Giunta la donna a Perinetta dicendo: Io penso
che Taddeo stea contento, perchè già l'ho
proferto cinquecento ducati; e per tanto, se a
te piace, lui mi pare contento; Perinetta dice
fra se: Sea tale atto consente ch’io vegna, di
nuovo potrò a mio piacere da lui contentarmi.
ie
E così rispondendo disse: Andate, e dite che
li ducati cinquecento faccia presti, e io pre-
sta sarò al suo piacere. La mezzana, come
maestra e lieta, a messer Bosco ritornata
fu, narrandoli tutto. Messer Bosco udendo
voler cinquecento ducati, pensò la mattina
non dover valere lo pregio: nondimeno la
volontà di volerla lo indusse a fare dorare
cinquecento grossi veneziani, c con quelli
a casa di Perinetta n’andò, dove quine di
lei prese suo piacere; e partendosi, li dicti
cinquecento grossi dorati lassò, credendo la
donna che fussero veri ducati. Venendo il
“ marito disse: Taddeo, la tua possessione
t'ha renduto questi cinquecento ducati. Tad-
deo disse: Buona è stata; e quelli prese. E
non molti giorno passonno, che facendosi la
festa delle Marie, et avendosi raunate mol-
tissime donne et omini a tal festa, avendo
il Dogio sentito come Perinetta avea con-
tentato uno gentiluomo, e che avea avuto
premio d’assai cattivi denari, deliberò tale
gentiluomo alla festa delle Marie invitare,
e così fe’, che in quella medesima barca dove
lui era, messer Bosco entrò con moltissime
jovani, fra le quali n’ era una nomata Ca-
rella, poco davanti andatane a marito a uno
jovano nomato Ulivieri, alla quale il Dogio,
dl
— 46 —
dandole della mano in sulla spalla, voltandosi
disse: Che ti pare di questo messer Bosco?
crederestilo vincere? A Carella parve che
la sua onestà quelle parole alquanto mordes-
seno alla presenza di chi quine erano; e
non volendo a tal colpo dare indugio, ri-
spuose: Forsi non mi avrebbe, ma vorrei
buoni ducati. La qual parola messer Bosco
udita, e dal Dogio sentendosi tradito, l'uno
come fattore della disonesta cosa nella ni-
pote, e l’altro come ricevitore, senz’ altro
guardare vergognatisi e taciendo, se n° an-
darono senza quelli alcuna cosa più dirle.
Adunque siando stata la jovana morsa, non
se li disdice mordere altrui motteggiando.
sia
XII
Intravenne al tempo, che San Miniato si
reggea per li Crejoni contrari de’ Mangia-
dori, che, venendo lo imperadore Carlo, con
certi patti, fatti a quelli che reggevano San
Miniato, montando maggiore uno de’ Man-
giadori, nomato Sinibaldo, con l’aiuto d’al-
quanti suoi amici si fe’ signore, e in questo
modo dimorò alquanto tempo, Ora avvenne,
che il ditto Sinibaldo vinto da ingratitudine,
cominciò gli amici suoi a vilipendere, e vo-
lere inalzare i nemici di se e del suo stato,
mettendoli dentro, e dando loro ofizio. E
tanto fu l’amore che ’l ditto Sinibaldo mo-
strò a un suo poco amico, nomato Giorgio
Pinaruoli, che si mise a fare dispiacere a
un amico del ditto Sinibaldo. E ciò sen-
tendo alquanti amici, dolendosi con Sini-
baldo di quello ch’era stato fatto per Giorgio
all’ amico loro, Sinibaldo dice: Deh, lassate
fare queste cose a me, ch'io ci piglierò buon
modo. Coloro credendo che modo prendesse,
senza altro dire sterono a vedere, e più mesi
passarono, che niuna vendetta se ne fece;
x
— 48 —
ma di continuo il ditto Sinibaldo dicea a
quelli che aveano ricevuto la ingiuria, ch’era
bene che si pacificassero insieme, loro ri-
spondendo: Come ci pacificheremo col vostro
e nostro nimico, avendoci offeso? Tal pace
non faremo per nulla: e non dovereste so-
stenere che il vostro e nostro nimico si glo-
riasse, che essendo voi signore di san Mi-
niato, Giorgio possa dire avere più potentia
di noi. E questo ci duole, che a ciò con-
sentiate. Sinibaldo risponde: Lassate fare a
me. E da canto dicea a Giorgio: Non ti
curare di ciò, che costoro dicono, perocchè
la mia intenzione è, che loro stieno sotto la
tacca del zoccolo. Giorgio confortato da Si-
mibaldo andava con la testa alta. E vedendo
questo un officiale forastiere, nomato ser Co-
luccio da Spoleti, uomo di gran sentimento,
se n’andò a Sinibaldo dicendogli: Io ho ve-
duto Giorgio Pinaruoli armato andare per
la terra, e pur sento, che non fu lui ne’ suoi
de’ vostri amici: e più sento, che de’vostri
amici sparla villanamente. Sinibaldo dice: Se
Giorgio porta l’arme, quelle porta con mia
licenza. Ser Coluccio dice: Deh Sinibaldo,
perchè non considerate chi merita grazia e
chi merita ragione, e non mostrate agli amici
d’amarli? Sinibaldo dando a ser Coluccio
parole generali, il licenziò. E stando i ditti
amici malcontenti di quello che per Sini-
baldo si facea, di amar più i nemici che
loro, ordinarono con certi gentilotti di ac-
costarsi a San Miniato, e di metter campo,
dicendo loro: Poichè Sinibaldo ci ha dimen-
ticati, al bisogno non si troverà alcuno amico .
appresso i nimici essergli aiuto. È così se-
gulo, chè non molto tempo steo l’esercito,
che dentro si levò romore, e per quelli
amici fu morto, e la terra diedero al Co-
mune di Pisa.
XIII
Nel tempo che fu tagliata la testa a’ Ber-
golini in Pisa, e i Raspanti rimasero signori
delle città di Pisa e di Lucca, era in nel
contado di Lucca un gentilotto nomato
Gualfreduccio, sbandito per molti micidj che
fatto avea. Infra quelli che morto avea, fu
uno della sua terra, nomato Cuiglio, fra-
tello di uno nomato Sessanta. Il quale Gual-
freduccio a preghiere d’ alquanti suoi amici
si ridusse a pace col detto Sessanta; e per
dimostrare più amore, si fecero compari
insieme con sacramenti; e più tempo steano
4
— 50 —
a una guerra insieme, non dimostrando tra
loro alcuna malavolenza, intantochè per lo
paese si ragionava, il ditto Sessanta amare
più Gualfreduccio che sè proprio; e il ditto
Gualfreduccio si confidava tanto in nel ditto
Sessanta, che più che a fratello gli portava
fede. Oh sciocchi, che credete che colui che
è stato diservito, non tenga sempre a mente
il diservigio a lui fatto! Non mai del cuore
gli esce; e qual pensa che altro non fia, è
poco savio. E stando i predetti in tal ma-
niera per lo contado di Lucca, oggi in uno
luogo, domane in un altro, come sogliono
fare li sbanditi, essendo di state e il caldo
grande, divenne che una romea assai gio-
vane, passando dove Gualfreduccio con com-
pagni era in aguaito, la ditta romea inanti
a Gualfreduccio rappresentata fu; e volendo
prendere suo piacere, quella da parte trasse,
e cavatosi di testa l’ arme, e dinanti sbotto-
natosi la corazza per potere tal suo diletto
prendere, e sopra di tale sagliendo, mentre
che tale cosa per Gualfreduccio si facea, un
suo ragazzino con motti disse: Chi ha a fare
non stia. Il Sessanta che tali parole ode,
pensò del fratello avere il modo di vendi-
carsene; e non guardando comparatico, non
perdono, non pace nè amicizia nè com-
— $1 —
pagnia nè pericolo, che a lui ne potesse
venire, con uno falcione dove era Gualfre-
duccio volò, e in sulla testa dalla parte di
dietro gli diè; e rinfrescando i colpi, non
potendosi Gualfreduccio aitare, morto fu. E
questo gli divenne per aversi fidato del suo
nimico.
— $2—
XIV
DE LEALTATE
Narrasi che li Romani antichi aveano uno
palagio in nel quale si riponea tutto il te-
soro di Roma, il qual luogo era nomato
Tarpea. Era questa Tarpea con porti di ferro
e con molti chiavi; erano queste porti fatte
per tal modo, che quando s’apriano faceano
tale lo romore che tutta Roma lo sentia,
nè mai si poteano aprirle, che coloro'a chi
era dato a guardia le chiavi non vi fussero.
E tal tesoro si riserbava per lo comune bi-
sogno e a casi stretti. Divenne che nacque
discordia tra Pompeo, grande romano, e Ce-
sari, simile grande in Roma, e dopo il molto
contrastare, Pompeo morto, e Cesari fattosi
principe e imperadore di Roma, a sè attri-
buio, e volendo il tesoro di Roma rubare,
ovvero prendere con scure li catenaci della
Tarpea tagliandola e aprendola, lo rumor si
sentla; al qual uno romano, nomato Metello,
homo di bassa mano e non ricco, avendo
una delle chiavi avuta dal senato di Roma,
sentendo romore della Tarpea, subito cor-
resse là. E in sulla porta messosi con una
spada in mano, dicendo: Io vo’ vedere quale
vuole esser quello che il tesoro del Comune
voglia rubare; per certo io lo difenderò; e
amo piuttosto di morire, che dir si possa:
Metello à lassato rubare il tesoro, Cesari,
che quine era presente, disse: Metello, pensi
tu poter tal tesoro difendere? Metello disse:
Si, però che la mia volontà sarà più forte
della tua potestà. E, posto che tu m° uc-
cidi, ne son contento. Almeno la mia me-
moria sarà innelle croniche di Roma messa,
e la mia morte esaltata. Cesari disse: Tale
memoria non arà luoco al presente; e co-
mandò che fusse preso e levato dalla porta
senza offenderlo. E così fu fatto. Cesari, ru-
bato il tesoro, in sua utilità lo convertio.
Lo perfetto amore di Metello consolò la
notte molto la brigata. E ’l Proposto, la mat-
tina levato, e li altri, per fornire il loro
cammino dennosi all’exercitio. E sentendo
il Proposto le leggi morali, canoniche e ci-
vili, fatte per li antichi romani, li quali tutto
il mondo alluminòno, fra sè dicendo: Per
certo li paesi si mantengono meglio col senno
che .colla spada, e però non è da mara-
vigliarsi s'è Romani tutto signoreggiavano; e
con tale ragionamento e simile passò ‘quel
giorno, tanto che l’ora della cena fu venuta.
Le mense poste, la brigata di vantaggio cenò.
Lo Proposto parla: O brigata perfetta, in-
gegnatevi d’esser savi, però che, secondo
che io ò oggi compreso, Roma ave signo-
reggiato tutto ’1 mondo per senno.
XV
DE SAPIENTIA ET VERO JUDICIO
Nel tempo che re Davite, gran profeta,
avendo già Salomone suo figliuolo otto anni,
divenne che uno disceso dalla stirpe di Caino,
homo ricchissimo di pecunia e possente, no-
mato Cain, essendo colle suoi caste innella
città dove David quell’anno dimorava, no-
mata Jerusalem, avendo questo Cain un suo
vicino povero nomato Beniamin, il quale
solo d’una sua piccola casetta Iddio lo aveva
dotato, e non d’altro bene, e più volte fat-
tala profferire a Cain se comprare la volea,
però che a-lato a du’ case del ditto Cain
era, Cain che desiderio avea di quella avere,
senza fare vista averne bisogno, e come sen-
tiva che ad altri la profteria, domandato Cain
se contento era che altri quella comprasse,
Cain rispondeva : Contento sono che tu abbi
quella casa come le mie. E per questo modo
il povero Beniamin non potea nè a Cain
nè ad altri la sua casa vendere. E per que-
sto molto dimorava senza conforto. Cain,
che volontà à d'aver la casa più tosto senza
denari, diliberò per un certo modo aver la
casa senza premio. E il modo tenne fu que-
sto, che un giorno Cain disse a Beniamin:
Io vo’ un servigio da te; e forse sarà ca-
gione il servigio io arò la tua casa, poichè
tante volte I’ ài profferta. Beniamin disse:
Chiedete quello io possa fare, e io farò vo-
lentieri. Cain disse : Io è comprato C. coppi
d’olio, e vo’ che tu me li guardi in casa,
ma ben ti dico che tu farai che salvi siano.
Beniamin dice: Io sono contento. Cain su-
bito fece mettere in casa di Beniamin C.
coppi d’olio, li quali eran li L. pieni d’olio
puro, e li altri L. erano pieni la metà di
ciascun coppo d'olio e l’altra metà d’aqua.
E, messi tali coppi, dice Cain a Beniamin:
— 56 —
Or che io ho messo in casa C. coppi d’olio,
famene guardia. Avendo quine testimonj,
Beniamin disse: Così come li avete conci,
così staranno, e per me non se ne toccherà.
Cain, partitosi e dimorato alquanti mesi, un
giorno disse a Beniamin che desse quel
l'olio a uno a chi Cain venduto l’avea. Be-
niamin disse: Vegna a sua posta. Lo mer-
cadante, avendo li otri posti per mettere
quello dentro, come d’usanza, e preso uno
coppo, e voltato il messo, trovò olio, e
l’altro era aqua. Meravigliandosi, disse:
Come ? i' © comprato aqua per olio? Su-
bito, votati li otri, e messo l’olio e l’aqua,
secondo che trovati li avea, a Cain le mandò,
dicendo quello che avea trovato. Cain, co-
rucioso, andò a Beniamin dicendoli villa-
nia, e chiamandolo ladro, che il suo olio li
avea furato, e poi pieno li coppi d’aqua.
Beniamin, vedendosi dir alcuna villania, per
paura di Cain, si stava cheto, dicendo: Io
non li vidi mai, nè maili toccai. Cain, che
avea pensiero alla casa, subito si richiamò
di lui dinanti a David re. Beniamin, com-
parendo dinanti a David re, essendo alla
presenza Salomon fanciullo, lo Re domandò
Cain quello volea dire. Cain dice che lui
avea acomodati C. coppi d’olio a Beniamin
pe
pieni. E ora, volendoli vendere, trovò la
metà esser messi d’aqua. E però io gli do-
mando la valuta. Beniamin che ode la lo-
quela di Cain, come sparito, niente dicea.
Lo re David disse: Di° la tua ragione, e di-
fenditi, se no altramente la Ragione ti con-
danna. Beniamin cominciò di dire tutto il
modo del servigio che a lui chiese, dicendo:
Io non vidi mai nè toccai li ditti coppi, nè
Seppi se pieni o voti fussino. Cain, che que-
sto ode, allegando li testimoni, provò li coppi
esser pieni. David re disse: O Beniamin,
se altra difesa non di, la Ragione ti con-
danna. Beniamin disse: Iddio lo sa, altra
prova dare non posso; e taceo. Salomone fan-
ciullo, avendo udito la ragione dell’ uno e
dell’altro, disse: O padre perfetto, io vi
preco che questa quistione a me la date a
diffinire, e vo’ che sia la prima. David re,
udendo il suo savio parlare, piacendoli, disse
ch’ era contento che quello ne judicasse si
facesse. Salomone, auto dal padre licentia, su-
bito fe’ venire dinanti di sè Cain, dicendo-
gli, a che tempo avea li coppi pieni de l’olio.
Rispose: Nel tempo della ricolta, in un giorno
e d’un medesimo olio li coppi s’empienno.
Allora Salomone fe’ uno de’ coppi pieni vo-
tare, e fe’ pesare la morchia; e poi fe’ vo-
tare uno coppo in ch'era la metà d’ aqua;
fe’ la morchia pesare; e trovò la morchia
del primo pesava duo tanto in che quello
che era l’aqua. Allora cognòove Salomone
che Cain non avea messo in ne’ coppi de
aqua se non la metà d’olio. E, tornato a
David re, disse: Padre ottimo, se permet-
tete che io dea della quistione de l’olio la
soluzione. Lo padre disse: Permetto. Salo-
mone disse le ragioni trovate della morchia:
judicò Beniamin esser veritiero e Cain falso,
et per la sua falsità sententiò l'olio e i coppi
esser di Beniamino, mettendo silentio a Cain
che di tal cosa mai non parli. David re,
udendo il judicio dato, rivoltosi a Cain col
viso rigido, disse: Cain, dimmi il vero, se
il mio figliuolo è detto buona sententia, e
il vero. Cain, dubitando, disse: Signore, si.
David re disse: Io vo’ sapere che ragione
ti movea. Cain: Per avere la sua piccola
casa. David, udendo la sua mala volontà di
Cain, in premio del falso commesso, una
delle due case belle di Cain a Beniamin la
concedèo. Et per questo modo lo malvagio
Cain fu punito del fallo commesso e pre-
miato Beniamin leale; e d’allora inanti, Da-
vid re volse che Salomone alcuna volta alla
banca si trovasse.
Udita la piacevole novella, e inteso la
bella justitia, lodando David e Salomone di
quello aveano fatto, subito li sonatori comin-
ciarono a sonare; le damigelle e’ damigelli,
prese[ro] le danze, danzando con quella hone-
stissima volta, e tanto accostanti a’ suoni che
ogni persona ne prendea piacere di sì onesto
ballare, dando l’una brigata all’altra l’ agio
di riposarsi, e simil li stromenti, facendo
danze nuove. E quando ebbero alquanto dan-
zato, per rinfrescamento, li servidori appor-
tonno di belle ciragie e perfettissimi mosca-
telli.
XVI
NOVO INGANNO ’)
Nella città di Pisa, al tempo che messer
Castruccio Interminelli in quella terra come
signore era ubidito, era uno giovane nomato
(1) Sebbene questa novella sia stata recata qua addietro al n. VI.,
pure stimiamo bene riprodurla anche nella forma che ha presso il Pa-
pantI, Catal. dei Novellieri ital. in prosa, Livorno, Vigo, 1871, vol. Il.
Chi le raffronti fra loro vedrà che le varietà di lezione non sono
poche, sebbene non sostanziali: tali però da far supporre che pro-
mr”
— bo —
Gerardo di San Casciano, il quale, essen-
dosi innamorato di una jovana nomata ma-
donna Felice, moglie di un Giovanni Sca-
riso. E benchè il detto Gherardo fosse della
detta innamorato, mad. Felice di questa
cosa non si era mai accorta, benchè alcuna
volta l’avesse veduto dalla sua contrada pas-
sare. Stando Gherardo in tal maniera, pen-
sando in qual modo con mad. Felice esser
potesse, e non vedendo via che alla detta
potesse il suo amore manifestare, più tempo
si stette. Ora avvenne, che uno cugino di
mad. Felice dovea menar moglie, alle cui
nozze la detta Felice fuinvitata. Gherardo,
che sempre alla occasione stava attento, sen-
tendo la Felice alle nozze del parente essere
invitata, con onesto modo si offerse allo
sposo, che di servidore avea bisogno. Esso
volentieri Gherardo accettò, ordinandoli altro
servicore li trovasse. Gherardo contento, avu-
vengano da duplice diversa composizione, che il Sercambi diede in
tutto o in parte al suo novelliere. Il Papanti trasse la sua stampa
da certi fogli del padre Baroni, il quale possedeva un codice del Ser-
cambi, ma di sole 100 novelle: questa nostra è tratta da una copia
probabilmente del Gamba; e poichè in certe Rimarche (sic) che pre-
cedono la trascrizione, è detto che il codice onde sono tratte queste
che offriamo al lettore, ne ha 156, e tante appunto sono quelle del
manoscritto trivulziano, si può concludere che l’ originale nostro è
certamente cotesto codice, e che esso rappresenta una più ricca è
<orretta forma del novelliere sercambiano.
—_ 61 —
to quello volea, disse: Io vi trovarò alcun
servitore, che vi piacerà. E parlato con uno
suo compagno giovane delli Agliata, il quale
gran tempo era stato fuora di Pisa, pensò la
sua ambasciata fare per mezzo di questo
Agliata, e dissegli: Io amo una donna, a cui non
ho potuto mai altro parlare; ora sentendo
i0 che a queste nozze è invitata, noi vi sa-
remo servidori, e ti prego mi vogli servire.
Lo giovane Agliata disse: Comandami, che
10 farò quello vorrai. Gherardo disse: Noi
anderemo per la donna, e io dirò che tu sei
mutolo e sordo; sta’ attento di mostrare es-
sere come dico. Lo giovane Agliata disse
che in tutto lo serviria. Venuto il giorno delle
nozze, Gherardo col compagno per tempo
furono a casa dello sposo per andare per le
donne, che alla festa esser doveano. Lo sposo
mostrò la strada. Gherardo disse a lui: Fia
bene che mad. Felice vostra parente sia
quie per ricevere le altre donne. Lo sposo
disse: Tu di il vero; andate per lei. Ghe-
rardo, che altro non bramava, col giovane
Agliata se ne andò a casa di mad. Felice,
che trovò in acconcio qual dovea per la
festa. Gherardo col compagno messala in
mezzo, l’accompagnaro, e perchè era molto
lungi la casa dello sposo, Gherardo stimòla
— 62 —-
sua imbasciata fornire: e vòltosi a Felice, disse:
O madonna, io ho pregato che questo gio-
vane, che in Siena [sic!] non è mai venuto
e che per sua disgrazia è mutolo e sordo,
voglia esser con noi. La donna, che mai ve-
duto non l’avea, nè il giovane lei, voltatasi
verso il giovane Agliata, che dimostrava non
udire nè parlare, die’ fede che non dovesse
udire; e come alquanto furono andati, Ghe-
rardo disse: Mad. Felice, ora che qui non
vi è altri che noi, io non posso più tener
celato il grande amore, che verso di voi porto
e ho portato, che quando io vi veggo, mi pare
di vedere un angelo del paradiso; e perchè qui
non è altri che noi, non vorrete che per voi
mora, che morrò fino a tanto che da voi non
ho quello, che lo amore mio, grande e buono
amore, desidera. La donna, che udì quello
che il più delle volte le donne udir desi-
derano, per onestà rispose: E come vuo’ tu
che al mio marito faccia tale vergogna ? Ghe-
rardo disse: Questo altri non saprà, e se voi
non lo apalesate, per me non si apaleserà.
E prendendo fidanza Felice, che niuno lo
debba sapere, convennero che Gherardo a
lei andasse di notte la domenica vegnente,
e così rimasero d’accordo. E spettando dun-
que che venisse domenica, di molte e varie
cose di diletto, e di allegrezza ragionarono,
fino a che alla casa dello sposo giunti fu-
rono. Raunate le brigate, e desinato come
è d’usanza, dopo desinare ballarono e can-
tarono diverse strofe. Mad. Felice, stando
a vedere al lato di una sua vicina, e gua-
tando ballare il giovane Agliata, disse alla
detta compagna: Che peccato che quel gio-
vane che balla non oda, e non parli di niente.
La donna si volse a Felice, e disseli: E che
vai sognando? conosci tu quel giovane? Si,
rispose Felice, quel giovane è nato mutolo
e sordo. Rise molto la compagna, e disse:
Lascia dire, che quello parla et ode, e chia-
masi Agliata; bene è vero che molto tempo
è stato fuora di Pisa: e per fare prova a Fe-
lice, chiamò lo giovane. Lo giovane rivolto,
e venuto a loro, disse: Madonne, che vo-
lete da me? La compagna lo domandò quanto
era che era torno, e dove era stato. Lo gio-
vane rispose, che da pochi giorni era a Pisa
ritornato, e che era stato in Damasco tra’Sa-
racini; e partitosi ricominciò a ballare. Fe-
lice, avendo udito parlare lo compagno di
Gherardo, pensò favellare con Gherardo; e
scostatasi dalla compagna, a Gherardo s°ac-
costò, dicendoli: Gherardo, tu mi hai ingan-
nata, che colui. che teco era ode e parla
— (4 —
come noi; e tu sai quello che abbiamo or-
dinato, che sabbato notte doveamo essere
insieme per prendere diletto; e ora, veggendo
che colui sà i fatti nostri, tal cosa non può
seguire per lo inganno mi hai fatto. Ghe-
rardo disse: Mad. Felice, egli è vero che
il giovine ode, ma non ne fe’ vista, perchè
voi per vergogna non vi sareste assigurata
a parlarmi, e mi convenne tenere questo
modo: che se voi non vorrete tenere la pro-
messa, lui crederà pure che fatto 1’ abbiate
et io, vedendo che non mi avrete attenuta
la parola, come fatto appaleserò che con
voi abbia avuto mio contentamento, e darò
per testimonio il giovane Agliata, e per que-
sto modo sarete vituperata; ma se accon-
sentite di servare la promessa, io non ne
farò motto, e il giovane Agliata che non
vi cognosce, e io nel pregherò, perchè ogni
cosa farà per me, non dirà niente. La donna
udendo le ragioni di Gherardo, e cogno-
scendo l’amore che li portava, come femina
che volentieri credea che col sadisfare l'altrui
appetito, l’onore suo non corrompeva, raf-
fermando (sic) a Gherardo, che la notte or-
dinata vegna. E così partiti, e la notte venuta,
Gherardo con Felice si diè buon tempo, pa-
scendosi del pasto, che a nessuno peso porta;
e poi più volte a tal mestieri si trovorono.
E per questo modo Felice fu ingannata, po-
sto che tale inganno non li tornasse in dol-
cezza.
€ I, È x
e SE %.
/N
il
==
ANNOTAZIONI
Ni Na
DL VANA LUSSURIA
Confronta in proposito: !) Bartolonico Kruger,
Ha:s Clawerts werckliche Historien, ristampa della 1*
ediz. 1587. Halle a S., 1882. Cap. V: Come Clawert
suonò ail'assalto quando erano assalite Pest e Buda.
2) L'Elite des Contes du Sicur D'Ouville, La Haye,
1703, II, 389-97: « Tour subtil d'un Trompette è la
fenime de son Hote ». I Contes del d’ Ouville com-
parvero la 1° volta nel 1644 a Parigi sotto il titolo:
Les Contes aux heures perdues.
3) Le Facicieux Réveille-;natin des Esprits Mélan-
choliques, Utrecht, 1654, pag. 251-56:« D'un Trompette
qui fut refusé de loger è son logis ordinaire par la
Maistresse cn labsence de son mury, et de l'affront
que le Trompette luy fit. » Il racconto è ristampato
da Ch. Louandre, Ch.fs-d’oeuvre des conteurs frangais
contemporains de La Fontaine, Paris, 1874, pag. 22-24,
ma con arbitrarie omissioni e correzioni.
al
BI DES
4) Ginnesio Gavardo Vacalerio (cioè Giovanni Sa-
gredo cavaliero), L’Arcadia în Brenta, o vero la Me-
lanconia sbandita, Bologna, 1680, pag. 278-82. La
1* edizione comparve nel 1667, con la data di Co-
lonia, ma è stampa di Venezia.
5) Fasciculus Facetiarum novissimarum. Schnatter-
berg in Waschland, 1670, p. 183-85.
6) Augusto Federigo Ernesto Langbein, nel rac-
conto « L'assalto di Costantinopoli » fra gli Schwdnke
(Racconti faceti) pubblicati la 1* volta in Dresda
nel 1792.
7) Sottisier de Nasr-Eddin-Hodja, bouffon de Tamerlan,
suivi d’autres facéties turques, traduits sur des manu-
scrits inédils par I. A. Decourdemanche, Bruxelles,
1878, n.° CLXXIII.
La frase della novella del Sercambi « mettere il
soldano in Babilonia » corrisponde a quella che nella
novella registrata al n. 1 l’amatore dice all’ amata:
cessa doveva essere Buda e Pest cd egli voleva essere
il Turco e assalire Buda e Pest; a quella del 2°:
« Nous mettrons le Grand 'Turc dans Constantinople; »
a quella del n. 3: « Madame, il vous faut mettre le
Grand Turc cen Constartinople; » a quella di n. 5:
« Se piace a Vossignoria, noi vogliamo assalire Co-
stantinopoli; » a quella del n. 6: « Ora noi vo-
gliamo assalire Costantinopoli; » e finalmente a ciò
che nel n. 7 la Dama dice al Cadì: « que le prince
rouge marche à l’assaut de la forteresse blanche,
suive son droit chemin, en force la porte et y pé-
nètre en vainqueur. » |
Come nel Sercambi la coppia amorosa viene tur-
bata e messa in fuga dal suono dell'organo, così
nei n. 1-6 dal suono della trombetta e nel n. 7 dal
tamburo. In tutte poi, quello che li ha turbati, come
il Lamberto del Sercambi, si appropria certi oggetti
che loro appartengono, e venendo egli più tardi in-
terrogato dai veri possessori come sia arrivato ad
averli, dice esser ciò accaduto quando il Turco as-
sediava Buda e Pest, o quenia il sran Turco entrò
in Costantinopoli ecc.
Aggiungi ancora
8) la 5* novella di Masuccio Salernitano, dove si
racconta di Massimilla moglie a un povero legnajuolo,
che promette l'amor suo a un sarto e ad un prete.
Mentre il sarto, entrato in casa, ha appena comin-
ciato a baciarla, sopravvience il prete, e l’ altro si ri-
covra in un solajo. Il prete si dispone a « voler po-
nere lo Papa a Roma, » e il sarto presa una piva,
che teneva a cintola, dice : « Per mia fè, questa non
è festa da entrare lo Papa in Roma e andare senza
suoni » e comincia a suonare. Il prete fugge, e l’altro
scende dal solajo, ripiglianlo «la possesione della già
perduta preda; e come che il Papa senza suoni a
Roma non aveva compito l’ entrare, con piacevoli
balli posero il Turco a Costantinopoli. »
Anche un racconto popolare il cui eroe è un tam-
burino del vecchio Fritz (Federigo il Grande) nelle
Kinder-und Volksmirchen di H. Pròhle, Leipzig 1853,
n. 63 I, e la 66* novella del Morlini rientrano in
questo ciclo. Nella 1° relazione :l.tamburino suona
all’ assalto vedendo un religioso e un’ ostessa « cor-
rere all’assalto », ed estorce in un modo pirtico-
lare dalla donna molto denaro; — nel Morlini, un
suonatore di flauto spia la sua donna e un chierico
e ode come questi domandi: Volumuse punti ‘cem in
urbe intromiltere? e quando poi ciò accade, prende
egli tosto a suonare il flauto, poichè no deb t tintus
dominus absque aliquo sono choraulae i. urbe ingredi:
ma poi afierra un bastone e picchia la coppia. Si
dànno ancora alcuni racconti nei quali taluni colla
loro musica disturbano e mettono in fuga una coppia
d’amanti che si .credono soli; in questi però non ri-
corre alcuna di quelle caratteristiche, quale meliere
il Solduro in Babilonia e le restanti, alle quali si
annoda il seguito delle avventure sopra notate
Ne VITE
DE PURITATE
Confronta Hieronymus advers. Iovinisimun, I, 27:
Duellius, qui primus Romae navali certamine trium-
phavit, Bilia:mn virginem duxit in uxoremn, tantae pu-
dicitiae, ut illo queque sieculo pro exemplo fuerit, quo
impudicitia monstrua erat, non vitiun. Is, jam senex
et tremonti corpore, în quedam jursio audivit exprobrari
sibi os foetiduni, et tristis se dor:um contultt, cuiuque
uxori questus esset, quare niuinquan se monuisset, ut
huicvitio mederetur, fecissesn, tuquit illa, mist putas-
sem omnibus viris sic os olere. Vedi anche Ioannes
Saresberiensis, Po"icraticus, III, 13, c Nicolaus Perga-
menus Dialogus creaturarivo, dial. 78, p. 223, ed.
Grisse, citati dal Landau Die Quellen des Decan.,
2° ediz., p. 81.
N. X.
DE PULCRA RESPONTIONE
È tale è quale, e spesso unche colle stesse parole
la novella di Madonna di Oretta, nel Decamer.,
VI, 1.
N. XIV.
DE LEALTATE
Fonte primitiva della narrazione presente è Lu-
cano, Farsal., III, 97 e segg. Vedila con qualche va-
rietà nella versione dci Sette Savi intitolata Sforia di
Stefano figliuolo di un imperatore dî Roma, pubbl. da
P. Rajna, Bologna, Romagnoli, 1880, p. 205 e con-
sulta ciò che il Rajna stesso dice in proposito nella
Romania, X, 24.
DE SAPIENTIA ET DE JUDICIO
Confronta P. Alfonsi, Disc. cleric., XVII 1-12, dove
però non il giovane Salomone, ma quidan philosophus
qui cognominabatur Auxilium egentium dà lingegnosa
sentenza. Il racconto della Disc. cleric. è stato am-
messo anche in altre raccolte, ed in più lingue tra-
dotto e rifatto. Si vedano le indicazioni dello Schmidt,
nella sua ediz. della Discip. p. 1338-39 e quelle dell’Oe.
sterley, al cap. 246 dei Gesta Roman., ai quali ora è
ancor da aggiungersi la traduzione islandese, che
H. Gering ha pubblicata nella sua raccolta Jslendz4:
Eventyri (Leggende islandesi ecc.), Halle a. S., 1882-3,
n. 70. |
Lì
COLLEZIONE
DEC RERE Me ETA BED ATEO. RSE
pubblicate dalla Libreria Dante in Firenze
Commedia di dieci Vergine
Index Bibliothecae Mediceae
Libro de’ Sette Savi di Roma .
Carmina Medii Aevi .
Sepulcrum Dantis . at gno
Lamenti dei Secoli XIV e XV
Catalogo della Libreria Pandolfini
Miscellanea Dantesca .
Lettere di Cortigiane del Sec. XVI.
. Canzonette antiche.
. Rime di Pieraccio Tedaldi .
. Novelle di Sercambi .
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